La Parola domenicale (XV Ord/A) commentata da Mons Fiorenzo Facchini

IL SERVIZIO RIPRENDERA’ IN OTTOBRE

Letture della XV Domenica del tempo ordinario /A

https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20200712

 

Oggi possiamo sviluppare qualche riflessione su due argomenti molto importanti: il senso della esperienza terrena, su cui San Paolo nella seconda lettura (Rom. 8, 18-23) lancia un annuncio che è anche una sfida, e la parola di Dio, descritta come un seme nella prima e nella terza lettura.

  1. Paolo parla di sofferenze del mondo presente, di gemito e di sofferenza di tutta la creazione… La creazione, opera di Dio, è buona, ma è necessariamente limitata, mutevole, contiene in sé germi di corruzione, di morte, non è qualcosa di perenne, di definitivo, è destinata a finire. La sofferenza, la morte rappresentano un limite percepito dall’uomo che ne prende coscienza e ne soffre…Ma il progetto di Dio vuole andare oltre, perché Dio nel suo progetto incentrato su Gesù Cristo, morto e risorto, pensa a una nuova creazione il cui inizio è Gesù risorto. Anzi, le sofferenze del mondo presente vengono viste da san Paolo come le doglie che annunciano il parto di una nuova creazione.: “Tutta la creazione geme e soffre fino a oggi le doglie del parto…, anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente, aspettando l’adozione di figli e la redenzione del nostro corpo” (Rom. 8,23). Quanta forza, quanta speranza racchiudono queste parole di Paolo! Nell’annuncio di Paolo acquista valore la sofferenza, la fatica che si incontra nella vita, anche la morte, come preparazione di un mondo nuovo inaugurato dalla risurrezione di Gesù. Per questo la Risurrezione di Gesù viene vista come inizio di una nuova creazione. Ma nella prospettiva di una nuova creazione acquista un valore di preparazione tutta l’opera dell’uomo, destinata nei suoi valori a non cadere nel nulla: “i buoni frutti della natura e della nostra operosità dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore, li ritroveremo di nuovo illuminati e trasfigurati”, nella nuova creazione, ci ha ricordato il Concilio Vaticano II (G.S. 39) rimandando a questo passo di san Paolo.
  1. Nella prima e nella terza lettura troviamo due metafore per la Parola di Dio. La prima è tratta dal libro del profeta Isaia. La parola di Dio è paragonata “alla pioggia e alla neve che scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare….”. Il profeta  prende come riferimento il ciclo dell’acqua nella natura. La Parola di Dio, proclamata o letta, non è lo scritto di una persona che non c’è più. E’ rivolta  noi da Dio che ci ha voluti, ci vede,  ci parla. Questa parola ha una sua efficacia, realizza ciò che dice e ritorna a Dio dopo avere compiuto ciò per cui Dio l’ha rivolta. L’altra metafora proposta da Gesù chiama in causa le persone che l’ascoltano:  la       parola come un seme che cade in terreni assai diversi e ha esiti diversi. Ciò che realizza non è automatico. Il terreno è sempre il cuore dell’uomo, ma le situazioni, le condizioni al contorno possono essere molto diverse e gli esiti non sono scontati. La strada: la parola non scende in profondità, come quando si ascolta il telegiornale, uno dei tanti messaggi che si ricevono…Non si pensa che quelle parole vengono proprio da Dio e meritano di essere ricordate…Sopraggiungono eventi che distraggono…. Il terreno sassoso: non offre le condizioni per fare radici….Piccole difficoltà o problemi che si incontrano e non ci si pensa più… Le spine: si accoglie con gioia, poi sopraggiungono altri pensieri, specialmente la preoccupazione di arricchirsi, che distraggono e non danno spazio alla preghiera… Finalmente il terreno buono  è chi  ascolta la parola, la tiene nel cuore, come Maria (cf. Luca, 2,19), la prende come “lampada per i suoi passi” (salmo, 119, 105) e produce frutto. (d.Fiorenzo Facchini)

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