La Parola domenicale (DOMENICA XXX ORD/B) commentata da Mons Fiorenzo Facchini

24 ottobre 2021-DOMENICA XXX Tempo ordinario/B

QUI la Liturgia del giorno

(Ger 31, 7-9; Eb 5,1-6); Mc 10, 46-52)

 

Il sacerdozio di Gesù

Nelle religioni di epoca storica la funzione del sacerdote viene vista come mediazione con la divinità. La parola equivalente, pontefice, nella sua etimologia, richiama l’idea di una comunicazione, di ponte fra l’uomo e Dio.

Il brano della lettera gli Ebrei (seconda lettura) esplicita questa connessione fra l’uomo e Dio, che caratterizzava il sacerdozio nella religione ebraica. Il sacerdote porta agli uomini il pensiero, il volere di Dio e offre a Dio sacrifici per i peccati suoi e del popolo svolgendo una funzione di mediazione.  Questa duplice funzione si ritrova in Gesù in forza della sua duplice natura umana e divina, unite nell’unica Persona del Figlio di Dio.

Il sacerdozio di Gesù non è legato a una scelta del popolo, né a una discendenza umana, ma alla sua umanità e divinità unite nella Persona del Figlio di Dio. Si può parlare di una caratteristica essenziale, di ordine ontologico, legata all’evento della Incarnazione. La condivisione della condizione umana in tutto fuori che nel peccato, avvicina Dio all’uomo. In Gesù Dio è diventato uno di noi: un fatto, una verità sorprendente in assoluto, impensabile umanamente. Il mondo islamico la rifiuta. Ma questa condivisione è alla base del perdono di Dio, della salvezza che Dio vuole per tutta l’umanità, pensata e voluta in Gesù Cristo nel progetto di Dio.

“ Signore Gesù abbi pietà di me”

Le poche parole del cieco di Gerico, mendicante lungo la strada, sono una lezione di preghiera. Il cieco, mendicante, seduto slungo la strada, udito che passava Gesù, si mette a gridare: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me”. Poche parole: il cieco riconosce la messianità di Gesù e invoca la sua compassione. Un’invocazione che si fa più forte e insistente…al punto che lo invitano a tacere. Gesù lo sente,  lo fa chiamare e gli dice. “Che cosa vuoi che ti faccia?” “Che io riabbia la vista”. E Gesù: “Va la tua fede ti ha salvato”. E subito riprese la vista e prese a seguirlo per la strada.

Un dialogo breve, ma intenso. L’invocazione del cieco ha ispirato la preghiera cristiana specialmente nei primi secoli. E’ la preghiera breve a Gesù, una forma di preghiera del cuore (o filocalia), in cui c’è il riconoscimento della propria debolezza: “abbi pietà di me peccatore.

Questa breve invocazione era molto comune e frequentemente ripetuta nell’Oriente cristiano, dai monaci e dai fedeli, durante la giornata, anche nelle attività che svolgevano, come si fa con le  giaculatorie. Può ispirare anche la nostra preghiera lungo la giornata, quando svolgiamo le nostre attività senza distoglierci da ciò che facciamo. Può aiutarci  nei momenti di aridità.

“Signore che io veda”

Anche le prime parole rivolte dal cieco di Gerico a Gesù, molto belle, e possiamo farle nostre.

Egli si rivolge a Gesù come “ figlio di Davide”, “messia”  e gli chiede di riavere la vista.

Possono esserci scelte da compiere, oscurità da chiarire, dubbi nella fede o su ciò che si deve compiere. Anche noi possiamo pregarlo così: “Signore che io veda…”. Gesù aiuta a vedere perché, come dirà in occasione della guarigione del cieco nato narrata dall’evangelista Giovanni, lui è venuto perché coloro che non vedono vedano” (Gv. 9, 39). Proprio quello che l’evangelista stesso afferma di Gesù “luce vera che illumina ogni uomo” (Gv 1,9) .

(don Fiorenzo Facchini)

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